"The summer hath his joys and winter his delights"

Torino - 19 anni da qualche anno Altrove

The Postal Service - Such Great Heights

« They will see us waving from such great heights: “Come down now" they’ll say, but everything looks perfect from far away. »

A volte immagino di vedere la mia vita da fuori, come se ne fossi spettatore. Spettatore non gradito, con tanto di popcorn e bibita. A volte addirittura riesco a commentare in diretta ciò che faccio, proprio come uno spettatore. Riesco a rendermi conto quando sto per fare una stronzata ma, esattamente come il più insulso degli spettatori, non posso far nulla per evitarlo. Mi guardo mentre rovino tutto ancora una volta, mangio un popcorn, sbatto le palpebre, attendo la scena successiva, bevo un sorso di coca-cola, e così via. Qualcuno tempo fa mi ha consigliato un film. È passato così tanto tempo che nemmeno ricordo più chi è stato. Il film l’ho guardato oggi, è finito poco fa. E niente, mentre scorrevano i titoli di coda de “La mia vita a Garden State” stavo cercando di pensare a cosa mi avesse lasciato questo film, sapete, lo faccio sempre. Penso capiti un po’ a chiunque.
E quindi mi ritrovavo ancora lì, seduto su quella poltroncina pieghevole rossa. Il cilindro pieno di popcorn incastrato nel bracciolo a destra e quello pieno di coca-cola incastrato nel bracciolo a sinistra. O al contrario.
Sto riguardando il momento esatto in cui ero da solo, esposto all’inverno londinese, su un ponte. Sembra ieri. Un inverno nemmeno troppo freddo. Ero su uno di questi ponti, comunque, e pensavo a tante cose. Avevo un biglietto di ritorno chiuso in valigia e l’altro-me, seduto sulla poltroncina, mi diceva di fregarmene, di stare lì su quel cazzo di ponte, in quel cazzo di freddo, ché potevo rimanere se volevo. Ma l’altro-me era solo uno spettatore. Non gli ho dato retta. Quel biglietto è stato correttamente checkato, come tanti altri anonimi biglietti.
Sono tornato a casa, quindi, e mi sono sentito molto felice forse per un giorno intero. Poi è tornata quella sensazione strana, che fino a qualche ora fa non sapevo identificare. Prima di vedere questo film.

« Sai quando arrivi a quel punto della tua vita in cui ti rendi conto che la casa in cui sei cresciuto non è più casa tua.. Improvvisamente anche se hai un posto dove mettere le tue cose, l’idea di casa non esiste più.. Come avere nostalgia di un posto che neanche esiste »

Quando guardi un film in cui il problema esistenziale del protagonista consiste in uno smarrimento dovuto alla mancanza di obiettivi, o alla totalità di obiettivi falliti, improvvisamente ti immedesimi nel personaggio. Ti chiedi come te la passeresti tu al posto suo. A quel punto inizi a desiderare tremendamente che la storia abbia un lieto fine, perché cazzo quel lieto fine è il tuo lieto fine. Ne hai bisogno più tu, di quel lieto fine, che il protagonista stesso del film. Le sue frasi diventano le tue frasi. Le sue vittorie diventano le tue vittorie. Quando il film finisce, lo smarrimento è tutto tuo. Non c’è alcuna frase, alcuna vittoria, nessun lieto fine.
Il mio smarrimento l’ho provato ripensando a tutte le cose che avrei potuto fare e a tutte quelle che farò. Perché in fin dei conti posso farlo.
Ecco, forse, questo film, più di ogni altro, mi ha fatto capire quanto ci sia ancora da fare e quanto tempo io abbia ancora a disposizione per farlo.

« Questa è la vita.. Non ce n’è un’altra, questa è la vita! È reale.. A volte fa un male del cazzo, però è tutto quello che abbiamo »

Ho compreso l’importanza di scendere a patti con se stessi. Ho capito che a volte si può scegliere di stare bene senza essere felici. Non per sempre. Non per troppo tempo. Solo per un po’.
Pensare a quanto è stato fatto, senza ricordarsi quanto ancora c’è da fare. Pensare alle piccole cose, dando loro la giusta importanza, senza dimenticare che alla fine non sono altro che piccole cose.
E quindi niente, mentre scorrevano i titoli di coda de “La mia vita a Garden State” stavo cercando di pensare a cosa mi avesse lasciato questo film, sapete, lo faccio sempre. Mi sono ritrovato, poco dopo, a fissare il vuoto. Dovevo essere triste, e invece ero sereno. Penso capiti un po’ a chiunque; a volte.

(Source: lupostrozzato)

Anonymous said: Così non puoi avere dubbi che sia sincero.

D’accordo, d’accordo, messaggio ricevuto :*

Anonymous said: Mi piace ciò che scrivi. Lo dico con sincerità, ti auguro il meglio.

Il meglio, preso in piccole dosi, in questo momento consiste in questo bel messaggio anonimo! (perché anonimo??). Grazie!

The Postal Service - Such Great Heights

« They will see us waving from such great heights: “Come down now" they’ll say, but everything looks perfect from far away. »

A volte immagino di vedere la mia vita da fuori, come se ne fossi spettatore. Spettatore non gradito, con tanto di popcorn e bibita. A volte addirittura riesco a commentare in diretta ciò che faccio, proprio come uno spettatore. Riesco a rendermi conto quando sto per fare una stronzata ma, esattamente come il più insulso degli spettatori, non posso far nulla per evitarlo. Mi guardo mentre rovino tutto ancora una volta, mangio un popcorn, sbatto le palpebre, attendo la scena successiva, bevo un sorso di coca-cola, e così via. Qualcuno tempo fa mi ha consigliato un film. È passato così tanto tempo che nemmeno ricordo più chi è stato. Il film l’ho guardato oggi, è finito poco fa. E niente, mentre scorrevano i titoli di coda de “La mia vita a Garden State” stavo cercando di pensare a cosa mi avesse lasciato questo film, sapete, lo faccio sempre. Penso capiti un po’ a chiunque.
E quindi mi ritrovavo ancora lì, seduto su quella poltroncina pieghevole rossa. Il cilindro pieno di popcorn incastrato nel bracciolo a destra e quello pieno di coca-cola incastrato nel bracciolo a sinistra. O al contrario.
Sto riguardando il momento esatto in cui ero da solo, esposto all’inverno londinese, su un ponte. Sembra ieri. Un inverno nemmeno troppo freddo. Ero su uno di questi ponti, comunque, e pensavo a tante cose. Avevo un biglietto di ritorno chiuso in valigia e l’altro-me, seduto sulla poltroncina, mi diceva di fregarmene, di stare lì su quel cazzo di ponte, in quel cazzo di freddo, ché potevo rimanere se volevo. Ma l’altro-me era solo uno spettatore. Non gli ho dato retta. Quel biglietto è stato correttamente checkato, come tanti altri anonimi biglietti.
Sono tornato a casa, quindi, e mi sono sentito molto felice forse per un giorno intero. Poi è tornata quella sensazione strana, che fino a qualche ora fa non sapevo identificare. Prima di vedere questo film.

« Sai quando arrivi a quel punto della tua vita in cui ti rendi conto che la casa in cui sei cresciuto non è più casa tua.. Improvvisamente anche se hai un posto dove mettere le tue cose, l’idea di casa non esiste più.. Come avere nostalgia di un posto che neanche esiste »

Quando guardi un film in cui il problema esistenziale del protagonista consiste in uno smarrimento dovuto alla mancanza di obiettivi, o alla totalità di obiettivi falliti, improvvisamente ti immedesimi nel personaggio. Ti chiedi come te la passeresti tu al posto suo. A quel punto inizi a desiderare tremendamente che la storia abbia un lieto fine, perché cazzo quel lieto fine è il tuo lieto fine. Ne hai bisogno più tu, di quel lieto fine, che il protagonista stesso del film. Le sue frasi diventano le tue frasi. Le sue vittorie diventano le tue vittorie. Quando il film finisce, lo smarrimento è tutto tuo. Non c’è alcuna frase, alcuna vittoria, nessun lieto fine.
Il mio smarrimento l’ho provato ripensando a tutte le cose che avrei potuto fare e a tutte quelle che farò. Perché in fin dei conti posso farlo.
Ecco, forse, questo film, più di ogni altro, mi ha fatto capire quanto ci sia ancora da fare e quanto tempo io abbia ancora a disposizione per farlo.

« Questa è la vita.. Non ce n’è un’altra, questa è la vita! È reale.. A volte fa un male del cazzo, però è tutto quello che abbiamo »

Ho compreso l’importanza di scendere a patti con se stessi. Ho capito che a volte si può scegliere di stare bene senza essere felici. Non per sempre. Non per troppo tempo. Solo per un po’.
Pensare a quanto è stato fatto, senza ricordarsi quanto ancora c’è da fare. Pensare alle piccole cose, dando loro la giusta importanza, senza dimenticare che alla fine non sono altro che piccole cose.
E quindi niente, mentre scorrevano i titoli di coda de “La mia vita a Garden State” stavo cercando di pensare a cosa mi avesse lasciato questo film, sapete, lo faccio sempre. Mi sono ritrovato, poco dopo, a fissare il vuoto. Dovevo essere triste, e invece ero sereno. Penso capiti un po’ a chiunque; a volte.

Io non ho proprio nulla contro nessuno, eh, ma ci sono utenti che sembra abbiano il bisogno fisico di commentare TUTTO a TUTTI. E più li eviti, più ti vengono schiaffati in dashboard, con i loro cazzo di commenti a tutto e tutti. Datevi un cazzo di contegno, per cortesia.

lupostrozzato:

Hi there.

lupostrozzato:

Hi there.

Ho vissuto cinque ore della mia domenica mattina convinto che fosse sabato. Del mio venerdì sera, tra le tante cose, ricordo di aver fatto fuggire una coppietta di sconosciuti perché io e un mio amico ci siamo seduti accanto a loro e abbiamo iniziato a cantare canzoni d’amore mentre limonavano. Ho dormito in un letto non mio e ho smesso di esistere per quasi tutto il sabato. Stamattina ho viaggiato per cinque o sei km in bici con venti kg sulle spalle. Perché? Perché sono un idiota che non sa aspettare e che quando decide di uscire dal proprio guscio di desideri atrofizzati, vuole tutto e subito, al costo di farsi un culo clamoroso. Bene, dalla mia vita di merda è tutto, saluti.

Ci impegniamo tanto per i diritti di tutti, per espiare colpe di cui siamo solo figli illegittimi e che ereditiamo da centinaia d’anni di ignoranza e pregiudizi e poi nel 2014 sopravvive ancora lo stereotipo dell’uomo che pensa solo al sesso e che ragiona col cazzo, e che vuole solo scopare e che le donne tanto sono solo due gambe e due tette, e sono tutti stronzi e tutte quelle cazzate di cui vi piace riempirvi la bocca.

Ho cancellato un post veramente troppo figo che parlava della mia nuova tastiera per il pc che non è un pc. Quando l’ho riletto mi ha fatto così tanto cagare che per un attimo volevo gettar via pc e tastiera.

Recentemente la vita è stata piena di emozioni, che schifo. Ogni volta che conoscevo qualcuno, mettevo le mani avanti dicendo “hey, sappi che è un periodo molto strano della mia vita" e non è che funzionasse granché, insomma, in genere la gente pensa sia solo un modo come un altro per dire qualcosa di figo e ad effetto. Che gioia che mi da la gente.

Comunque il periodo strano ha degnamente raggiunto il suo apice nel momento in cui ho conosciuto una persona di cui ho parlato più volte in questo blog. Con lei ho passato alti molto molto alti e bassi piuttosto bassi. E ora siamo in quella fase in cui il primo che scrivo è morto, ed è morto anche chi scrive per ultimo. Siamo in quella fase in cui siamo due zombie che si danno la caccia ignorando di essere entrambi sprovvisti di cervello di cui cibarsi.

Il mio telefono mi suggerisce le parole, in base a quelle che scrivo di più o semplicemente a quelle che ritiene più appropriate.
Siccome è una cosa che non ho mai scritto da quando ho questo telefono, sono portato a pensare che sia la seconda ipotesi la più probabile nel momento in cui scrivo “Ti" e lui mi suggerisce "amo”. Alla fine, un freddo ammasso di circuiti, sa essere più ottimista di me.
Io, che non lo temo affatto, al posto di quell’amo, continuo a scrivere “saluto”. Anche gli zombie a volte si stufano di strisciare i piedi.

(Source: lupostrozzato)

Io non sono una persona che ama fare polemica.

Sono una polemica che, ogni tanto, si diverte a fare la persona.

Ogni social network ha le sue mele marce. Facebook ha gli idioti. Gli idioti senza vergogna, quelli che condividono foto di vin diesel e status pseudo profondi con complottismi vari ed eventuali (nella vita reale li chiamiamo grillini). Tumblr ha le ragazzine depresse che credono che il social network sia stato codificato per dare a loro uno spazio in cui mostrare con orgoglio i propri tagli. Twitter ha i filosofi. E i filosofi sono lì non per filosofeggiare ma per rimorchiare tipe che alla fine non gliela faranno neanche annusare.

Questa presentazione era assolutamente necessaria perché proprio oggi leggevo un tipo che scriveva “Una ragazza con un libro in mano batte una in minigonna. Sempre”.
Hahahaha. 129 retweet. Hahaha. 203 preferiti. Haha. Ah.
Povero idiota.

Leggere è bellissimo. Una figata proprio. Ma esistono anche i libri di merda. Esistono anche persone profondamente stupide che leggono libri stupidi per persone stupide. O persone stupide che leggono libri belli per sentirsi meno stupide. Detto questo, cosa c’entra la minigonna?

Cazzo, non sono uno di quelli che vedono maschilismo anche nella tavoletta del cesso, ma CAZZO. Parlate tanto di accettare il proprio corpo, di non nascondersi e altre cazzate buoniste da sbandierare solo quando fanno comodo, e poi mettete su due piani diversi una persona che legge un libro da una che decide di mettere una minigonna piuttosto che un vestito piuttosto che un paio di jeans, piuttosto che la sindone?

Ma voi vi fate abbindolare da queste persone? Io ogni volta che leggo ste cose mi convinco sempre di più che Hitler non abbia sbagliato il modo, ma il target.